Noi esseri umani siamo così bizzarri, specialmente quando si tratta di problemi sentimentali: abbiamo l’assurda certezza d’essere portatori di verità assolute, che le nostre spalle sono le uniche a patire sotto il peso di macigni emotivi, che non siamo da compatire ma che il nostro valore morale debba essere universalmente riconosciuto e che per la nostra forza d’animo noi dobbiamo venire costantemente lodati.
Non vediamo nessuna sfumatura di grigio: c’è il bianco, il nero, e nulla in mezzo.
Ogni cosa è assoluta, ogni certezza per sua natura è tale e non può essere falsificata, siamo come tanti Sigmund Freud che si sentono piccole divinità per aver capito esattamente come gira il mondo e come funzionano i meccanismi che ci fanno desiderare di uccidere nostro padre e di possedere nostra madre. E, ovviamente, pensiamo che sia tutto riconducibile al nostro modo di pensare.

Prima che la banale ipotesi che potesse esistere del grigio s’insinuasse anche nella mia testa o, meglio, mi colpisse con la stessa forza di un pianoforte gettato dall’ottavo piano, credevo fosse tutto nero. Nero. Una nera pozza stagnante in cui, ammettiamolo pure, non mi dispiaceva sguazzare in cerca di compassione: ero convinta che quello fosse il sentimento che più poteva avvicinarsi all’affetto, l’unico che credevo di poter meritare. Il bianco non lo prendevo nemmeno in considerazione, dal momento che era troppo irraggiungibile e perfetto, era l’Iperuranio di cui io ero pallida copia. Anzi, la pallida copia della copia.
Ero così innamorata di un’idea da non concepire che per ottenere qualcosa, elevarsi, bisognasse tirarsi un po’ su le maniche e si, ingoiare cose sgradevoli prima di iniziare a vedere un po’ di miglioramento (la famosa scala di grigi) e, soprattutto, che bisognasse essere lucidi e critici per capire davvero cosa andassi decantando. Di certo era più comodo rotolare sul pavimento, piangendosi addosso e caricandosi di colpe inesistenti solo per giustificare lo stato di malessere e, di conseguenza, venire continuamente compatiti. E’ un circolo vizioso alquanto perverso e molto più comune di quanto si creda; abbiamo tutti bisogno di giustificarci quando commettiamo errori e, sono la prima a dirlo, anche se è molto più facile cercare una strada che non costi fatica dovremmo cercare di smetterla di lagnarci ed iniziare a fare qualcosa di concreto, anche partendo da cose piccole. Roma non fu costruita in un giorno e, nonostante questo ci vollero circa 700 anni prima che iniziasse a risentire davvero delle minacce esterne.
Tornando alla sottoscritta innamorata di un’idea, dopo che tutto questo giro fu da me realizzato e finalmente concretizzato, ci è voluto ben poco perché arrivasse la delusione: la mia idealizzazione, quella vetta che dentro di me avevo quasi idolatrato, scontrandomi con tutti coloro che cercavano di riportarla alla sua giusta altezza, si è presentata sotto i miei occhi in tutta la sua pochezza. 
Uno dei miei film preferiti recita una battuta che trovo semplicemente calzante:

Che spreco passare tanto tempo con una persona, solo per scoprire che è un’estranea

Tutto ciò che avevo creduto fosse reale e immutabile mi si è presentato davanti radicalmente diverso, mutato per altrui volontà, svuotato completamente da ciò che avevo amato un tempo. Era plasmato per altri e non per sè stesso e questo forse è ciò che rende la cosa maggiormente triste.
Eccola la mia sfumatura di grigio, in tutta la sua evidenza; una volta credevo di non poter provare una delusione tanto grande, convinzione sorretta dal fatto che le persone non cambiano.
Certo, le persone non cambiano, ma non è raro che, nel riscoprirsi vuote, inizino ad innalzare sovrastrutture su sovrastrutture, siano queste nate per vezzo, per desiderio o per vanità propria e/o altrui. 
Ed una volta che queste sovrastrutture, che si reputavano inesistenti, ti si presentano davanti in tutta la loro pateticità…beh, non si può far altro che essere delusi e, in un secondo momento, provare solamente compassione.

In questo caso, sono molto più felice di essere una folle sfumatura di grigio priva di impalcature, anzichè un’autoproclamato valore morale, netto e deludente.
Sembra ombra di dubbio.

one mile below

2012/04/17

When it get so low
Only one way to go
Up up up up to the top!

Ho sempre pensato d’essere una persona pragmatica. Forse romantica, sognatrice, ma assai pragmatica e prosaica, nonostante tutto.
Ma cosa succede quando il pragmatismo (faccio un libero uso improprio del termine, chiamiamola licenza poetica) viene meno?
Più o meno da gennaio ho tenuto una specie di diario, che in realtà chiamerei “la moleskine delle lamentanze”: sfoglio mestamente le pagine, scoprendo come in nessun giorno da me riportato c’è una frase, un pensiero, un pezzo di felicità. Ci sono frasi orribilmente tristi, considerazioni su come io riesca a farmi valere per quello che sono, ovvero un’emerita “testa-di-cazzo” (er far giusto sfoggio di un po’ di francese), e anche qualche sporadico consiglio, con tanto affetto da me a me come, ad esempio, un “Mangia sano, fai sport, sfogati anzichè rimuginare” scritto con un’elegantissima bic rossa e tanta forza da lasciare il solco sul foglio.
Quelle pagine sembrano scritte da uno pseudo-esistenzialista depresso. Ed è curioso come, ora, io le legga e non riesca a ritrovarmi nemmeno in una singola parola; ok, so di avere un disturbo bipolare che porta il mio umore a schizzare da una parte all’altra, Schopenhauer anzichè darmi del pendolo mi potrebbe tranquillamente definire una pallina da flipper impazzita, una sfera d’acciaio che schizza fra dolore-noia-tristezza-estrema felicità. E so anche che molto spesso tendo ad ingigantire le cose, giusto per aumentare lo slancio positivo.
Ma è successa una cosa, una cosa che può apparire insignificante alla luce del Big Bang, dell’evoluzione, dei buchi neri o dell’abissale crisi economica che ci sta assalendo con violenza. E’ successo che, dopo aver formulato le solite promesse a me stessa, aver accuratamente scritto a bic rossa un grosso “meglio soli che al accompagnati” , aver eretto un muro attorno a me in un lasso di tempo assurdamente breve…beh, ho sconfessato tutto.
Di nuovo. Ma per la prima volta.

Seriamente, non mi sentivo così dannatamente euforica da…un periodo decisamente lungo. E quest’euforia si è manifestata in uno dei momenti più neri, strappando i miei piedi dall’orlo del baratro e costringendo i miei occhi a guardare in alto anzichè rimaner fissi sul pavimento (o sul fondo del suddetto baratro).
Mi sono sorpresa, mi sono commossa, mi sono innamorata perdutamente di una voce e di un tempo remoti e romantici ed ho scoperto che lì, accanto ai polmoni, c’è ancora qualcosina che batte.

E per questo continuo a dire grazie.
Un miglio sopra quel baratro nero dentro al quale temevo di cadere.

2012/04/04

Avere addosso l’orribile sensazione di non essere altro che un pezzo di carne da macello esposto in una vetrina.
Sentire le proprie membra morte e fredde e odorose di sangue, sentire il cuore pesante e silenzioso, eppure stupirsi ancora nel versare lacrime quando questa sensazione si fa forte e prepotente e stringe in una morsa crudele quel muscolo ormai logoro.

C’è chi è amato.
E poi ci siamo noi, pezzi di carne sanguinolenta buoni per esser battuti dal macellaio.

I heard that you’re settled down
That you found a girl and you’re married now.
I heard that your dreams came true.
Guess she gave you things I didn’t give to you.

Old friend, why are you so shy?
Ain’t like you to hold back or hide from the light.

I hate to turn up out of the blue uninvited
But I couldn’t stay away, I couldn’t fight it.
I had hoped you’d see my face and that you’d be reminded
That for me it isn’t over.

Never mind, I’ll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don’t forget me, I beg
I remember you said,
“Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead, “
Yeah

You know how the time flies
Only yesterday was the time of our lives
We were born and raised
In a summer haze
Bound by the surprise of our glory days

I hate to turn up out of the blue uninvited
But I couldn’t stay away, I couldn’t fight it.
I’d hoped you’d see my face and that you’d be reminded
That for me it isn’t over.

Never mind, I’ll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don’t forget me, I beg
I remember you said,
“Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead.”
Yeah

Nothing compares
No worries or cares
Regrets and mistakes
They are memories made.
Who would have known how bittersweet this would taste?

Never mind, I’ll find someone like you
I wish nothing but the best for you
Don’t forget me, I beg
I remember you said,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead.”

Never mind, I’ll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don’t forget me, I beg
I remember you said,
“Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead.”
Yeah

Dicevamo, circa le canzoni d’amore?

Ho dato una rinfrescata al tema di WordPress, utilizzando uno di quei bei template già pronti in quanto sono ormai totalmente dimentica di ogni nozione di html imparata durante la mia adolescenza, non riuscendo a non pensare quanto sia verde. Verde. Verde. Un verde che sa di fieno.

Ho avuto il coraggio di scaricare una di quelle compilation da Autogrill che ha per tema “l’amore”. The Romantic Collection, così si chiama, ha cercato di allietarmi con una mielosa versione acustica di “Always” dei Bon Jovi, ha proseguito con le classiche di Bryan Adams ed ora sta rialzando vagamente la sua soglia di dignità sparandomi un po’ di Celine Dion a caso. Ma no, suvvia, chi potrebbe mai pensare che l’ascoltare musica romantica dalla banalità evidente sia sintomo di malinconia?
La presenza di “Amazing” di George Michael però mi stupisce. Assieme a quella di “Aisha”. Credo che il tizio che ha messo assieme questi brani non avesse realmente idea del tema da seguire, per cui ha mixato tra romantico, triste e ciò che riteneva sensuale, l’ha schiaffato tutto assieme ed ha detto “toh, varda cheffigata, un ciddì evergreen”.

A parte questo, giusto per informare un po’ circa gli stracazzi miei, mi sono presa l’ennesima prescrizione di antibiotici nel giro di neanche tre mesi; fra poco il mio corpo muterà in qualcosa di inquietante e rinsecchito, visto che a ogni giro perdo dal chilo e mezzo ai tre chili come se fosse ridere in quanto non mi muovo, non mangio, mi arrotolo nel piumone languendo e disperandomi peggio di un’appestata e giro per casa come il fantasma di me stessa. Dicesi abitudini sane.

E poi si passa a Lara Fabian. Vabbè.

Man mano che queste canzoni passano mi dico che chi ci sta dietro, a scrivere parole e melodia, è un dannato genio, perchè riesce esattamente nel suo scopo; queste canzoni sono perfette per l’immedesimazione di chiunque. Prendiamo la povera scema di una sottoscritta, ad esempio, ed analizziamo il testo della canzone in questione, ovvero “Adagio” della suddetta Fabian.

Non so dove trovarti 
Non so come cercarti 
Ma sento una voce che 
Nel vento parla di te 
Quest’ anima senza cuore 
Aspetta te 
Adagio 
Le notti senza pelle 
I sogni senza stelle 
Immagini del tuo viso 
Che passano all’ improvviso 
Mi fanno sperare ancora 
Che ti trovero 
Adagio 
Chiudo gli occhi e vedo te 
Trovo il cammino che 
Mi porta via 
Dall’ agonia 
Sento battere in me 
Questa musica che 
Ho inventato per te 
Se sai come trovarmi 
Se sai dove cercarmi 
Abbracciami con la mente 
Il sole mi sembra spento 
Accendi il tuo nome in cielo 
Dimmi che ci sei 
Quello che vorrei 
Vivere in te 
Il sole mi sembra spento 
Abbracciami con la mente 
Smarrita senza di te 
Dimmi chi sei e ci credero 
Musica sei 
Adagio
Alla fine di canzoni come questa ti chiedi, ripetutamente e continuamente, se hai fatto bene ad agire nella maniera in cui ritenevi più giusta; se il soffrire da soli sia meglio della consapevolezza di aver evitato una sofferenza in due, se il bene altrui sia stato rispettato e se sia valsa la pena di vedere il proprio cuore nuovamente spezzato.
Forse sì.
Però sanguina ancora, anche se è stato giusto, e probabilmente andrà in suppurazione.

jbf

2012/03/29

Just once, just once, if I could have my wish to come true
I’d be born again and again and go see you on those days

In realtà ero partita con a ferma intenzione di scrivere un post divertente, magari citando gli individui decisamente creepy che si aggirano all’interno della mia facoltà, sputtanandomi nel riportare come non mi ricordassi di quante ‘z’ ci volessero nella parola iniziazione nel mezzo di una lezione su Mircea Eliade, su quanto io detesti Mircea Eliade in effetti e su come tumblr stia lentamente succhiando quanto mi rimane della mia socialità internettiana (che con l’abbandono di facebook e msn è scesa ai minimi storici). Però poi ho letto i blog di gente che dice quel poco che ha da dire in maniera più divertente della mia, quindi ho fatto marcia indietro e tutt’ora temporeggio sulla tastiera alla ricerca di qualcosa da dire (o di qualche scusa da usare per infarcire il blog di gif animate con il giusto apporto di comicità).

Oggi, mentre zompettavo sotto il sole primaverile, ho pensato a me in quell’esatto momento e mi sono vista come una persona “giuliva”; più o meno sei ore più tardi camminavo su un marciapiede con O. cinguettando frasi del genere “oh sì, sto fotosintetizzando”, segno che forse la roba che prendo per il mal di stomaco, mischiata a quella per dormire, sta finalmente facendo l’effetto desiderato dandomi gli stessi sintomi di una pillolina di LSD. Seriamente, solo il sole riesce a tirare fuori quel poco di gaiezza che c’è ancora in me, la quale va rischiando di scomparire tra brutti pensieri e di venire schiacciata sotto le caterve di libri necessari per i fottutissimi quattro esami che devo dare a giugno.

La mia reazione, ogni qualvolta che incrocio la pila dei libri con sguardo colpevole, è quella sopracitata.
Che poi è abbastanza difficile realizzare miracoli del genere: cioè, io non solo mi accontento di non fare troppo schifo in quei quattro esami (uno dei quali mi sto trascinando dietro da UN ANNO, mio dio, mi vergogno di me stessa s’rsly.) no, magari vorrei anche superare il 25 nel darli.

Almeno poi potrò fare la stessa figura di Tennant, facendo la ballerina nell’atrio di Palazzo Nuovo.
Potrei motivarmi stampandomi una maglietta con su scritto “I REGRET NOTHING”.
Assieme ad una con “SAVE ME, BARRY!” che indosserò quando la domanda del professore, cui non saprò rispondere, prenderà la via del basso basso intestino, iniziando ad entrare in me senza cortesia o vaselina, costringendomi poi a implorare in ginocchio per un 18.
*sigh* Dovrei davvero imparare a mettermi sotto sul serio.

Feelin’ good

2012/03/23

E non vuole essere un titolo stupido, come si potrà facilmente pensare. No, io mi sono davvero dimenticata di Beethoven, in un periodo particolarmente cupo in cui ho perso ogni obiettività e penso che la mia vita e la mia persona siano entrambe equiparabili a due pezzi di sterco, ho dimenticato Beethoven e la Nona. Soprattutto la Nona.
A livello pratico non cambia nulla, visto che tutti ogni giorno ci dimentichiamo qualcosa, come le chiavi, il telefono, un sogno per strada o un’opportunità, ma a livello spirituale quegli archi, quei fiati, quella cassa toracica che fa uscire le parole più forti e tonanti che abbia mai sentito, quello sì che fa davvero la differenza. Perchè quel crescendo, il crescendo migliore di tutto il repertorio classico, è come una spinta micidiale verso la vita e dovrei ricordarmelo ogni dannato giorno, ogni dannata lamentela.
Quando mi arrovello, richiudendomi su me stessa a riccio e guardando con antipatia tutti coloro che sembrano più felici di me – e pensando con una certa cattiveria che siano molto più stupidi di me-, non fermandomi a pensare che non è rimanendo inchiodata con le chiappe sul pavimento che qualcosa cambierà se non sarò io a dargli una spinta motrice e a farlo ingranare.
Sembrerò teatrale e melodrammatica ma è così che funziona: nessuno riceve nulla per grazia o per lamentela e devo imparare a ficcarmelo bene in questa dannata testa, anche se ogni tanto quei maledetti buchi neri esistenziali mi afferrano e mi trascinando con una forza che, in fin dei conti, sono proprio io a rendere irresistibile.

E questo, assieme a tutta quell’impalcatura, quel sistema che mi sto andando creando pian pianino all’interno, deve diventare la mia forza: devo imparare a guardarmi allo specchio consapevole di avere un valore (di cui non devo stare a misurarne i centimetri) e sorridere all’immagine di rimando, anzichè volerla fare a pezzi.
Perchè in quel caso sarò stata io stessa la causa della mia rovina.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo 
e la mia faccia sovrapporla 
a quella di chissà chi altro. 
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo, 
li puoi nascondere o giocare come vuoi 
o farli rimanere buoni amici come noi.

C’è tanta poesia al mondo. Forse siamo solo incapaci di coglierla.
Mi attacco disperatamente a cose e persone nel tentativo di dimenticare per un attimo il gran groviglio di sentimenti e di tristezza che mi tappa il cervello; vado all’università per non pensare, leggo per dimenticare, mi sforzo di ripetere a me stessa che il cambiamento è positivo e che prima o poi se ne vedranno i frutti.
Ho fatto i tarocchi.
Forse non è una cosa degna di nota o meritevole d’essere scritta in un blog: comunque sia li ho fatto e ne è uscito fuori un risultato che avrebbe dovuto prendere a calci in culo il mio pessimismo. Gli arcani maggiori erano così ben combinati che sembrava l’avessi fatto apposta: la morte, la forza, il giudizio, il sole. E poi gli amanti come finale. Lovers. N^6 . 
Cammino arduo, faticoso, potrà essere molto più lungo di quanto ci si aspetti. E poi forse s’aprirà uno spiraglio, qualcosa cambierà dopo il periodo di espiazione e, forse, quando sulla mia testa saranno tornati i boccoli ed i miei occhi avranno di nuovo una luce viva al fondo della pupilla, forse potrò dire di stare davvero bene.